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IL RITRATTO - Uomini, cani, gatti & Co.
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aerre
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MessaggioInviato: Dom 23 Nov, 2008 1:10 am    Oggetto: IL RITRATTO - Uomini, cani, gatti & Co. Rispondi con citazione

Il ritratto - Uomini, cani, gatti & Co.

Se è molto facile intuire il perchè la foto fatta ad una statua non è e non sarà mai un “ritratto”, molto più difficile è cercare di stabilire quell’ambito entro cui la fotografia di un soggetto umano o animale (e con molte più difficoltà come vedremo nel secondo caso) si può definire un “ritratto” in senso compiuto.
Nel caso di una statua infatti, per quanto questa possa rappresentare in modo più o meno realistico le fattezze di un corpo o i tratti di un viso, manca il centro di interesse principale del “ritratto” che è l’identità del soggetto, ...sia esso uomo o animale. La statua ad esempio è in sé un “ritratto”, ma lo scatto che noi faremo di essa è solo una pallida trasposizione del ritratto fatto dallo scultore.
Possiamo attraverso lo scatto interpretare l’ “oggetto” statua nella sua complessità di volume, di forma e di valori estetici, ...ma non la persona o l’animale, ...non la sua identità, ...non, in ultima analisi, ...la sua anima.

Sgombrato il campo dunque da bambole, ....manichini o statue, restano come potenziali soggetti del ritratto esclusivamente uomini ed animali.

Ma posta questa condizione, non possiamo certo affermare che tutti gli scatti fatti a persone, gatti o canarini sono dei ritratti, esattamente come la foto fatta per strada non è detto che sia necessariamente una “fotografia street”. Non basta cioè che lo scatto ci restituisca l’immagine di una persona o di un animale per dirsi un ritratto compiuto.

Ma allora, ...cosa è che fa la differenza?

Perchè si compia quel salto che fa essere una fotografia un “ritratto” è necessario prima di tutto che questa si faccia “racconto”. E’ necessario cioè che la fotografia “racconti”, ...restituisca una storia il cui cuore narrativo altro non è che l’individualità del soggetto. Un racconto cioè che il fotografo imbastisce e restituisce del soggetto, ...pensando a lui come “persona”, nella sua identità di corpo e di spirito.
Quello che in ultima analisi fa il ritratto è scandagliare la persona e sarà ...il suo universo personale, la sua identità, tutto quello che in definitiva la fa essere “unica” in tutte le sfumature del suo essere fisico ed emozionale, ....a diventare il vero centro di interesse dello scatto.

Ma attenzione, ....abbiamo detto “racconto” non semplice “cronaca”. E come in tutti i racconti che si rispettino non può che nascondervisi una qualche intonazione ...autobiografica. Perchè in effetti se è vero che il ritratto sta nel particolare racconto che il fotografo fa dell’unicità e dell’individualità del soggetto, è vero che questo racconto è il risultato del suo modo di sentire ed interpretare chi gli sta di fronte. In altri termini nel ritratto non c’è soltanto il soggetto .....ma c’è anche il fotografo che concretizza un’immagine, ...ed una soltanto, sulla base di un personale “giudizio” che egli formula del soggetto stesso. Quanto questo meccanismo sia più o meno consapevole e se vi sia o no la volontà di espressione di questo giudizio, è tutt’altro discorso ed esula dalla poetica del ritratto.

L’importante è invece sottolineare che riusciremo ad eseguire un ritratto nel momento in cui avremo formulato dentro di noi un giudizio sulla persona che inquadriamo all’interno del mirino ed è da questo che discenderanno tutta una serie di conseguenze sul piano tecnico che vanno dalla scelta dell’inquadratura, alla composizione, al punto di ripresa o alla gestione della profondità di campo e che saranno gli strumenti del nostro “racconto”. E’ chiaro che nella formulazione di questo giudizio mettiamo in campo noi stessi e c’è insomma ben più di una traccia di “autoritratto” nel “ritratto” che facciamo di qualunque altra persona. C’è il soggetto, ...la sua identità, ...il suo universo, ...ma c’è anche il fotografo con il suo personale modo di interpretarlo quell’universo (in una parola la sua idea, la sua opinione, il suo giudizio) attraverso ...il suo sentire, ...la sua esperienza di vita, ...il suo bagaglio umano.

Le due cose non sono scindibili ma convergono entrambe nel farsi del “ritratto” che è dunque il risultato di un incontro tra l’universo del fotografo e quello del soggetto.

E questo “incontro” sostanzialmente il ritratto esprime.

Facciamo qualche esempio.



In questo splendido ritratto di Aldo Feroce è la fermezza consapevole dello sguardo della bambina il nucleo emozionale dello scatto e del suo racconto. Ma quello che vediamo è la sintesi di un processo di esplorazione che l’autore compie nell’universo del soggetto e che lo porta a coglierne alcune sfumature della propria identità. E’ a quel punto che il ritratto si “fa” attraverso una serie di strumenti che rispecchiano e sintetizzano il “giudizio” che l’autore si è formato del soggetto. Guardate l’angolo del punto di ripresa: è alto, quasi a restituirci la nostra prospettiva da adulti, e si combina a quello sguardo di grande intensità che dal basso pare sfidarci. Il risultato è una fierezza, una fermezza consapevole, ...una energia che ha il sapore della dignità e dell’orgoglio dell’anima, tanto più forte e tanto più intenso quanto più lo riferiamo a quell’universo infantile che dal basso sostiene con forza il nostro sguardo. E’ questo quel “giudizio” da parte dell’autore di cui parlavamo e che riconosciamo come vero motore del processo creativo del ritratto. Anche l’inquadratura appare diretta conseguenza del modo di guardare da parte di Aldo a questo universo infantile. L’inquadratura stringe sul viso, ...incurante del taglio del braccio a destra, tesa a sottolineare quel gesto deciso, ...quasi violento della mano che stringe le ciocche gocciolanti dei capelli, scopre la fronte con orgoglio e amplifica la fermezza che s’emana dalla nerezza profonda come un abisso di quegli splendidi occhi.
Punto di ripresa, inquadratura, composizione all’interno del fotogramma ( si guardi ad esempio come l’impaginato figurativo si costruisca sulla diagonale lungo la quale sono disposti gli elementi forti del ritratto: il braccio in basso a sinistra, la curva della spalla, gli occhi, la mano) sono dunque gli elementi costitutivi di un racconto che nasce direttamente dall’interpretazione che l’autore fa dell’universo personale del soggetto.



Stesso meccanismo riconosciamo seppur con risultati diversi in questo magnifico ritratto di Topo Ridens. Qui l’indagine che l’autore compie sulla psicologia del soggetto si riflette nel particolare taglio dell’inquadratura tesa a mettere in evidenza la trasparenza dello sguardo che pare riflettere una luce profonda, ...che riverbera dall’interno e ci restituisce tutto l’incanto, ...la magia, ...la impalpabile dolcezza di quell’universo infantile. Il “giudizio” dell’autore sta qui tutto nel raccogliere e intuire il senso di quel lieve scivolare in sè dell’espressione del soggetto, ...tanto da stringere sul viso con il margine a sinistra di una inquadratura che coraggiosamente sbilancia il viso. Ma lo fa con il senso di una carezza, ...perchè più forte si faccia sentire l’inclinazione del viso che con leggerezza piega di lato non appena lo sguardo fugge lontano. Ed è così che commuove ed incanta anche noi l’espressione assorta del piccolo, sospesa sull’orizzonte di un istante di riflessione matura e l’intensità di quel suo traguardare, come in un abbandono di struggente dolcezza e consapevolezza. In quell’occhio, ...nella sua trasparenza che pare rilucere di un bagliore interno, sta tutto il senso del ritratto. La scelta di collocarlo all’incrocio tra il terzo a sinistra e quello in alto, fa in modo che tutta la dinamica espressiva dello scatto ruoti, converga e si concentri nella profondità di quello sguardo. Giusto allora il taglio in alto sulla fronte e soprattutto quello a destra che s’allontana lasciando scorrere aria e luce sul viso. Ancora una volta dunque, composizione, inquadratura, punto di ripresa, veicolano una idea, un giudizio prima ancora di essere semplici strumenti attraverso cui restituire una immagine.

Ma le considerazioni fin qui fatte, continuano a restare tali anche nel caso del ritratto ad un animale?

Assolutamente si.

Ma anche in questo caso, ...alla base del ritratto non c’è la semplice restituzione di un’immagine, ...non basta che lo scatto “documenti” le fattezze fisiche di un animale, ...come non bastava nel caso di una persona. Serve il “racconto”. Serve cioè che il fotografo riesca a svelarci alcuni aspetti caratterizzanti di quell’animale che non lo facciano vedere solo come “un” cane o “un” gatto ....ma come “quel” cane ....”quel” gatto.

Anche nel caso di foto fatte agli animali cioè il ritratto deve potersi “fare” attraverso il racconto di una unicità. Ed anche in questo caso il “racconto” è il risultato del modo che ha il fotografo di sentire ed interpretare chi gli sta di fronte, ...anche in questo caso il motore del processo creativo è sempre il suo “giudizio”, perchè è in questo che si “sintetizza” la sua personale visione dell’unicità del soggetto.

E’ chiaro che quel che complica non poco le cose è che mentre nel caso di un ritratto ad una persona gli stessi tratti somatici, i lineamenti del viso e le fattezze del corpo sono comunque caratterizzanti di una identità figurativa, nel caso dei ritratti ad un animale dove le caratteristiche fisiche sono meno determinanti nel definirne l’unicità, si deve compiere uno sforzo maggiore per cogliere quelle sfumature capaci di rivelarcene la personalità.

Prendiamo il caso di questo scatto.



Non c’è dubbio che il gatto sia qui il centro di interesse dello scatto: la composizione, magari eccessivamente centrale, e la stessa inquadratura stretta rivelano l’intenzione del fotografo di concentrare l’attenzione sul soggetto. Ma in fondo a parte restituirci l’immagine di un gatto, questo scatto non riesce a rivelarcene un qualche aspetto più o meno caratterizzante, ...una qualche sfumatura della sua personalità, ...la sua identità insomma. Non c’è in definitiva un racconto. E non c’è un racconto perchè non c’è o meglio non riesce a rivelarsi del tutto, un’idea, ...un giudizio che il fotografo ha di quel gatto, tale da trasformare l’immagine di “un” gatto qualunque nell’immagine di “quel” particolare gatto. Guardate invece il ritratto che Cyano fa del suo gatto.



Si, ...indubbiamente è e resta l’immagine di un gatto ma è anche e soprattutto il ritratto del suo gatto, che ci viene “raccontato” come fosse il vero padrone di casa. Perchè è così che l’autore lo vede e questo è il suo “giudizio”. E ...”padrone di casa” lo sembra davvero nella posa, nell’espressione rigorosa ed intrisa di autorevolezza, nell’”indifferenza” di quello sguardo tagliente che ci scivola addosso ed oltre, quasi con sufficienza.
Lo scatto si fa ritratto nel momento in cui l’autore coglie quel particolare atteggiamento da “padrone di casa” del suo gatto, assolutamente caratterizzante, ed utilizza strumenti fotografici come inquadratura e soprattutto punto di ripresa per raccontarci quel particolare aspetto. Il punto di ripresa è studiatamente basso con la fotocamera al livello del suolo conferendo notevole presenza scenica al soggetto. Tutto il palcoscenico ...è suo, di questo magnifico esemplare che sembra troneggiare dall’alto e che non può non conquistare ammirazione e rispetto. Bellissimo lo scenario: essenziale ad inquadrare i contorni di un ambiente domestico; ....una sedia, della biancheria, una giacca alla gruccia e sullo sfondo il ritmo uniforme delle ante dell’armadio che fanno da quinta silenziosa. Ed anche questo fa parte integrante del racconto.
Il taglio quadrato, la composizione diagonale e l’inquadratura stretta sono invece gli strumenti utilizzati dalla nostra Sweet in un ritratto capace di restituirci un momento di grande espressività da parte di questo magnifico cane.



Bellissimo il suo guardare da sotto in su e di lato: c’è una dolcezza infinita in questo sguardo, un’attenzione profonda che davvero si fanno cuore narrativo dello scatto, tanto da fare vibrare note di forte suggestione evocativa. Quello sguardo così dolce, intenso, diretto è capace di rievocare la figura di una persona molto cara all’animale, quasi fosse tutto il suo universo ed è questo lo spessore emozionale che l’autrice coglie del soggetto facendone nucleo narrativo del ritratto. A partire quindi, ...ancora una volta, dalla formulazione di un “giudizio” dalla quale discendono una serie di scelte (più o meno consapevoli) come l’adozione del taglio quadrato o la costruzione diagonale. Tutta la dinamica espressiva del ritratto infatti si consuma nella torsione che, attraverso la gestualità diagonale, spinge lo sguardo dall’angolo in basso a sinistra a quello opposto e da qui oltre il margine del fotogramma, verso un centro di interesse fuori campo, ...forse il padrone stesso.

In definitiva, quel che muove il ritratto è prima di tutto una presa di posizione da parte del fotografo nei confronti del soggetto, sia esso umano o animale. Sarà questa presa di posizione, o come abbiamo più volte detto il suo “giudizio” il vero contenuto di quel racconto che il ritratto costruisce sull’identità del soggetto. Per questo “attenzione” e “partecipazione” sono presupposti indispensabili per il ritratto, come aspetti di una stessa capacità di guardare con il cuore e non soltanto con gli occhi.

Aerre Smile

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Lord Miklaus
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MessaggioInviato: Dom 23 Nov, 2008 11:39 am    Oggetto: Rispondi con citazione

Salvo la pagina e la studio con calma. Grande Aerre !
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Topo Ridens
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MessaggioInviato: Dom 23 Nov, 2008 7:01 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

bravissimo aerre... oltre che ringraziarti pubblicamente per aver inserito una mia foto, mi preme sottolineare quanto tu sia stato bravo nell'esporre così chiaramente ciò che contribuisce a far nascere un ritratto... ciò che mi ha maggiormente colpito del tuo scritto è aver mostrato come un ritratto è intrinsecamente collegato non solo con l'anima o personalità del soggetto fotografato, ma anche col giudizio del fotografo stesso

"E come in tutti i racconti che si rispettino non può che nascondervisi una qualche intonazione ...autobiografica. Perchè in effetti se è vero che il ritratto sta nel particolare racconto che il fotografo fa dell’unicità e dell’individualità del soggetto, è vero che questo racconto è il risultato del suo modo di sentire ed interpretare chi gli sta di fronte[...]
E’ chiaro che nella formulazione di questo giudizio mettiamo in campo noi stessi e c’è insomma ben più di una traccia di “autoritratto” nel “ritratto” che facciamo di qualunque altra persona"

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Teo76
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MessaggioInviato: Mar 25 Nov, 2008 9:22 am    Oggetto: Rispondi con citazione

Un applauso
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claudiom
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MessaggioInviato: Mer 26 Nov, 2008 1:05 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

La trasposizione degli atteggiamenti animali in sentimenti umani mi fa dire dell'impossibilità di ritrarre animali che sempre vengono visti "come se" fossero umani.
A me il primo gatto non racconta meno del cane, cioè quasi nulla.

Per il resto un post che era tempo qualcuno facesse, tolta la solita morchia Smile letteraria.

grazie claudiom
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claudiom
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Iscritto: 05 Lug 2004
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MessaggioInviato: Mer 26 Nov, 2008 1:07 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

A margine notate come mezza faccia (provate con un cartoncino su qualunque "ritratto") sembri più significativa della faccia intera.
Ma è solo un trucco.
Spiegato dalla psicologia della visione: aggiungiamo sempre quel che ci piace dove non c'è e ne usciamo appagati.

ciao claudiom
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aerre
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MessaggioInviato: Mer 26 Nov, 2008 1:19 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

claudiom ha scritto:
[...] tolta la solita morchia Smile letteraria


...... Very Happy

Vedi, .....sul discorso animali ...se parto dall’idea che molto del ritratto lo fa il “giudizio” del fotografo e quindi il suo modo di vedere ed interpretare il soggetto, credo che ci siano i margini per svolgere questo racconto, ...anche se (e qui il tuo discorso non fa una piega) molto sbilanciato nell’ottica e nell’interpretazione del fotografo.

Grazie per i tuoi preziosi contributi.

Aerre Smile

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gp89
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MessaggioInviato: Lun 01 Dic, 2008 8:07 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

non condivido l'idea di un ritratto "fatto" dal giudizio del fotografo. mi spiego: nel ritratto della bambina di Aldo Feroce non trovo affatto che sia il fotografo a costruire il ritratto tramite il suo giudizio sulla persona, la bambina ha fatto la sua espressione, il fotografo ha soltato cercato il modo di far risaltare questa caratteristica. è la persona che si pone davanti all'obiettivo, è la persona che si può porre in mille modi diversi nei confronti di un fotografo e di un ritratto. è la persona ritratta che fa il ritratto, è il suo stato d'animo, i suoi pensieri, magari anche la sua storia. l'unica parte che riesco a riconoscere al fotografo è quella di carpire una particolarità del soggetto, un momento, un attimo, un pensiero, uno stato d'animo. ma non perchè giudichi la persona, ma perchè osserva quello che lo stesso soggetto gli mostra, gli fa vedere, gli vuole far vedere
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aerre
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MessaggioInviato: Lun 01 Dic, 2008 8:37 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

Converrai che il ricorso che il fotografo fa a scelte come il semplice angolo di ripresa o il taglio dell’inquadratura, hanno la forza di cambiare sensibilmente il contenuto del ritratto, come di una fotografia in genere, in quanto strumenti espressivi.
Certo ....c’è innanzitutto il soggetto con la sua identità ed il suo modo di mostrarsi, a volte mettersi a nudo di fronte l’obiettivo, ...ma c’è sicuramente il modo in cui il fotografo lo interpreta questo modo di essere. Per “giudizio” intendevo proprio il modo in cui il fotografo interpreta l’universo del soggetto, ...l’idea che egli si è fatto del soggetto, ...come lui lo vede insomma, tanto che si parla di “incontro” tra il sentire del fotografo e l’identità del soggetto.

Aerre Smile

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gp89
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MessaggioInviato: Lun 01 Dic, 2008 8:46 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

si certo le scelte tecniche del fotografo le comprendo e comprendo come esse possano cambiare la percezione del ritratto, in questo senso convengo pienamente con te!
era dunque solo una piccola incomprensione, avevo colto la parola "giudizio" con una accezione meno di "interpretazione" e più di dire: ok io ti credo scontroso e ti faccio una foto da scontroso^^

in ogni caso, gran bell'articolo sia per il tema trattato sia per il modo in cui è stato trattato! Ok!

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MessaggioInviato: Mer 03 Dic, 2008 11:08 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

bravo davvero come sempre .
AERRE sei il top Wink

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MessaggioInviato: Lun 15 Dic, 2008 5:21 am    Oggetto: Rispondi con citazione

Ho veramente gustato questo articolo, nonchè le foto. In particolare quella del secondo gatto che è estremamente comunicativa anche per un semianalfabeta della fotografia come me.

Nella querelle tra giudizio del fotografo e identità del soggetto mi pongo a metà, aggiungendo dal basso della mia ignoranza una terza variabile, probabilmente scontata, che è la soggettività di chi guarda la foto. Una sorta di relativismo al cubo.

Mi sembra però innegabile che il limite all'espressività del fotografo sia il soggetto (ed infondo è questo che distingue la fotografia dalla pittura). Il fotografo può controllare l'apertura e l'esposizione, può scegliere la pellicola e l'inquadratura, può interpretare ed esaltare.. ma la materia prima, per così dire, del ritratto sfugge in grossa parte al suo controllo: se una natura morta la si può disporre a proprio piacimento, non sempre (e direi mai nel caso degli animali) si può imporre al soggetto una certa espressività o una certa "posa".

Da fotografo inesperto e frettoloso quale sono a questo punto vorrei chiedervi, in particolare all'autore dell'articolo: quanto gioca in tutto questo il caso? Quanto è l'idea del fotografo a influenzare il soggetto e quanto il soggetto a generare un'idea nel fotografo? (mi sento molto Marzulliano in questo momento).
Riguardo le bellissime foto dei due bambini, ad esempio: c'era una volontà precedente di dare un certo messaggio e si è poi aspettato il proverbiale "momento giusto" per coglierlo e forgiarlo, o è stato lo sguardo di un momento a ispirare il fotografo?
Nel primo caso non ho grossi dubbi, ma nel secondo caso, che poi a mio parere è quello più interessante e stimolante, nella breve durata dell'istante giusto si fa effettivamente in tempo a fare tutte le scelte messe in evidenza dall'articolo?

Nel mio piccolissimo alcuni dei ritratti che mi sono riusciti, visivamente, meglio (per carità, niente di che) sono stati fatti spesso con leggerezza se non addirittura, in alcuni casi, senza guardare il mirino (tra l'altro mi viene in mente ora che questa "tecnica" è stata esasperata anche nel film "il grande capo" di Lars Von Trier.. la cui fotografia è stata curata, in un certo senso, da un computer che sceglieva casualmente le inquadrature), oppure con lo scatto a raffica con il risultato di cogliere, involontariamente, un'espressione interessante.

Pur essendo un (non troppo) convinto assertore dell'elaborata tecnica da me medesimo sviluppata e battezzata "scatta 100 foto e spera nella botta di... fortuna", vorrei capire come dipendere un po' di meno dalla dea bendata.

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aerre
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MessaggioInviato: Lun 15 Dic, 2008 10:22 am    Oggetto: Rispondi con citazione

Ciao Guido,
mi fa piacere che abbia trovato l’articolo interessante e grazie per la tua attenzione.
Sono d’accordo con te: nel suo farsi il ritratto resta sostanzialmente “incontro” tra l’universo del fotografo e quello del soggetto.
L’ago della bilancia a volte oscilla in modo estremamente variabile nel determinare il peso dell’uno o dell’altro (si pensi a quel meccanismo a cui faceva riferimento Claudiom con cui tendiamo ad umanizzare certi atteggiamenti da parte degli animali), ma resta il fatto che il ritratto nasce a partire dall’interpretazione che il fotografo matura dentro di sé dell’universo personale del soggetto. Ed è questa interpretazione, come “giudizio” che egli formula anche inconsapevolmente, che si fa nucleo del racconto del ritratto. Il racconto del soggetto come persona, della sua identità ....ma è il “suo” racconto con sfumature e declinazioni sicuramente diverse da quelle del ritratto che della stessa persona farebbe un altro fotografo.
Tu introduci nel discorso il “caso”. Ma nel chiederti “Quanto è l'idea del fotografo a influenzare il soggetto e quanto il soggetto a generare un'idea nel fotografo?” non poni però le cose in termini di “casualità”, ti stai chiedendo in effetti come oscilli l’ago della bilancia.
Non credo però che si debba porre il problema in questi termini, nel senso che mi piace pensare più ad un’idea di “incontro” che di “causa ed effetto”.
Il farsi del ritratto, anche quando si consumi nell’istante di uno sguardo colto all’improvviso, è comunque il risultato di uno scambio continuo tra l’identità del fotografo e quella del soggetto, in cui concorrono mille ed una variabili, compresa quella del modo con il quale il soggetto tende a rivelarsi. ....Mettiamola così: ....il soggetto fa il suo racconto, ...racconta di sè quello che a volte gli va di raccontare; usa nel suo racconto certe parole, ...certi toni, ..certi suoni. Il fotografo ...ascolta, ma non registra soltanto, ...legge tra le righe, ...intuisce, ...interpreta e alla fine fa il “suo” racconto.
Ora quanto vi sia dell’uno e dell’altro è davvero impossibile dirlo e forse anche fuori dalla poetica del ritratto stesso.
Ma non credo che introdurre realmente la variabile della “casualità”, tipo lasciare che sia la macchina a scattare per noi, sia una strada percorribile perchè esclude o quantomeno limita fortemente l’altra fondamentale variabile del ritratto che è l’universo del fotografo.
Stiamo poi attenti quando parliamo di “casualità”: anche fare foto a raffica e poi scegliere il frame più interessante è una scelta che deriva da un “giudizio”. Non c’entra il “caso”. Interessante invece l’accenno che fai all’inizio del tuo post alla soggettività di chi guarda la foto. Discorso ampio ovviamente che abbraccia varie problematiche del mondo dell’arte in genere nel riconoscere all’universo di chi l’opera d’arte la fruisce un ruolo importante. Quasi che l’opera d’arte a volte si completi nel “giudizio” dell’osservatore.
Ma ....anche qui, sulla base della propria sensibilità, vale molto il modo in cui il “racconto” del fotografo viene “ascoltato” ed “interpretato”.

Aerre Smile

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MessaggioInviato: Sab 12 Mar, 2011 12:49 am    Oggetto: Rispondi con citazione

Citazione:
Per questo “attenzione” e “partecipazione” sono presupposti indispensabili per il ritratto, come aspetti di una stessa capacità di guardare con il cuore e non soltanto con gli occhi.


Ma c'è un punto comune in cui una "street" stretta, corpo a corpo, con un 35mm, si fonde con il "ritratto"? Perchè anche quel tipo di street presuppone attenzione e partecipazione.

Grazie per la tua ottima spiegazione Aerre.

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Lorenzo"ArashVi" a commento
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aerre
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MessaggioInviato: Sab 12 Mar, 2011 1:52 am    Oggetto: Rispondi con citazione

Bhè, ....."street" e "ritratto" hanno in comune un robusto registro narrativo, entrambi i generi ....raccontano.
Proprio il nostro Edgar scrive a proposito della street: "E naturalmente, per rappresentare qualcosa, bisogna conoscerla, o almeno essere in sintonia con essa, essere recettivi. Questo elemento è la base di tutto: se non siamo disposti a guardare la vita con partecipazione e attenzione, non saremo mai un buono street photographer.”.
Sono convintissimo che esista quel punto al quale tu alludi in cui sfumano i contorni tra i due generi, ed è quando parte parte del contesto di strada per esempio entra a far parte della logica del ritratto stesso, ...anzi diventa presupposto indispensabile del "racconto".

Aerre Smile

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MessaggioInviato: Sab 12 Mar, 2011 10:48 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

Ok!
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Lorenzo"ArashVi" a commento
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savanaking
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Iscritto: 27 Nov 2008
Messaggi: 58

MessaggioInviato: Mer 31 Ago, 2011 11:37 am    Oggetto: Rispondi con citazione

ottimo post
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aerre
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Iscritto: 08 Nov 2005
Messaggi: 8692
Località: Palermo

MessaggioInviato: Mer 31 Ago, 2011 1:10 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

....Grazie per aver apprezzato, ...ne sono felice.

A Smile

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NikitazNikitaz
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Iscritto: 22 Gen 2012
Messaggi: 4

MessaggioInviato: Dom 22 Gen, 2012 10:02 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

ottimo articolo... grazie
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aerre
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Iscritto: 08 Nov 2005
Messaggi: 8692
Località: Palermo

MessaggioInviato: Dom 22 Gen, 2012 10:23 pm    Oggetto: Rispondi con citazione

Grazie a te della tua attenzione Smile
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