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photo4u.it - Libri
Sulle strade del reportage (Pier Francesco Frillici)
Titolo: Sulle strade del reportage.
L'odissea fotografica di Walker Evans, Robert Frank e Lee Friedlander

Autore: Pier Francesco Frillici
188 pagine;
47 foto b/n.
Italiano; dimensioni 14,5x21
Prezzo: ~ 14 Euro
Editrice Quinlan


E’ convinzione comune credere che la parola reportage si riferisca esclusivamente all’ambito del giornalismo. Il primo obiettivo dell’illuminante libro di Frillici è quello di interrogarsi su come annullare questa falsa credenza ed abbattere le barriere convenzionali che vengono erette soltanto a tutela di specifici interessi e che hanno il pericolo di sottomettere la natura stessa del reportage per strumentalizzarlo ideologicamente. Si vuole liberare il reportage dal reportage stesso: per raggiungere questo scopo bisogna evadere dai manuali, dai musei, dalle redazioni. Bisogna tornare “sulla strada”, come suggerisce il titolo del libro, mettersi di nuovo in cammino all’inseguimento delle idee dell’arte e della cultura. Ma come si fa a liberare il reportage dai gioghi delle politiche editoriali? Iniziamo con l’affermare che la parola di per sé non ha alcun valore. E’ solo una nozione astratta che se vuole avere un significato deve farsi accompagnare da qualcos’altro. L’elemento visivo possiede un valore assolutamente fondante. Affinché il reportage possa funzionare in modo corretto e portare a compimento i suoi scopi, non può mai separarsi dalla componente visiva tecnologica che, in fondo, si configura come la radice ultima della sua identità e del suo valore. In virtù di questa conditio sine qua non è sempre indispensabile esplicitare la dimensione operativa del reportage: pertanto è giusto riferirsi alla fotografia di reportage, come lo è altrettanto parlare di reportage fotografico, sottintendendo appunto l’indispensabile funzione costitutiva e identitaria esercitata dal medium. Nel significato principale del termine report c’è già implicita l’indicazione naturale, basilare del mezzo fotografico, in quanto dispensatore di referti a valore indiziario e di documenti probatori a carattere scientifico per mezzo dei quali possiamo esercitare la memoria sia a carattere pubblico che privato; lavorare sulle categorie di spazio-tempo; interpretare la dialettica presenza/assenza; certificare l’esistenza dei fenomeni; e altre liturgie simboliche. L’estrazione e la messa in evidenza di tale serbatoio di risorse concettuali ci fornisce la spiegazione del perché l’identità del reportage dipenda innanzitutto dalla sua natura fotografica e dalla variabilità delle sue prerogative intrinseche. Questa sua capacità specificatamente tecnologica va sempre mantenuta allo stato puro, senza dirottamenti su obiettivi utilitaristici; senza quelle soluzioni di compromesso al cui interno cresce spontaneamente il virus infettivo dell’ideologia. Va portata fuori degli schemi di categoria e dalle logiche di genere in cui lo ha confinato la maggior parte delle “storie della fotografia” più conosciute, incapaci di uscire dai compartimenti stagni delle cronologie, di linguaggi tecnico-specialistici e della cultura autoreferenziale, ma soprattutto, colpa ancora più grave, fin troppo disinteressate a intrattenere un rapporto di scambi fecondi con il panorama delle arti. Questo primo obiettivo di Frillici viene ,nelle pagine del libro, distillato in riflessioni sintetiche ma comunque non cessa di scorrere sempre come tema di fondo, lungo i tre grandi viaggi temporali in cui si articolano i capitoli. Si passa attraverso gli anni fra le due guerre (trenta-quaranta) nella prima parte, gli anni cinquanta nella seconda e gli anni sessanta , con qualche puntata nel decennio successivo, nella terza ed ultima parte. Di questi tre percorsi temporali sono state analizzate le modalità reportagistiche coniugate al lavoro, e soprattutto ai libri, di grandi autori storici che possono essere istituite come paradigmi fotografici per le poetiche dell’arte, anche d’avanguardia. Fatte queste premesse arriviamo al secondo obiettivo del libro. La pratica generica del reporter non si conclude nella stesura della commissione ma si autorigenera continuamente in un processo di relazione totalizzante con la vita. Come è espresso nel titolo del libro, il reportage fotografico diventa, in virtù delle sue capacità concettuali di testimonianza e conservazione dell’esperienza residua, un’avventura esistenziale, un appuntamento quotidiano con il mondo. Le poetiche che vengono presentate nelle tre sezioni del libro, scaturiscono proprio dal muoversi allo scoperto, senza riferimenti e senza mete a contatto diretto con la vita, con la strada. I navigatori che ci accompagnano in questa affascinante avventura sono tre. Il primo è Walker Evans, un interprete meraviglioso di categorie concettuali quali: la collezione, le serie, l’attitudine alla flanerie, l’attivazione di uno sguardo automatico e la musealizzazione virtuale del mondo esplorato in un contrappunto felice con il pensiero di Walter Benjamin. La concezione poetica di Evans, culminante nella mostra American Photographs del 1938, assorbe rapidamente preziosi insegnamenti recati dal Dadaismo e dal Surrealismo di marca Duchampiana, assimila e verifica la lezione di Eugene Atget e si accorda con la speculazione teorica sul ruolo e la funzione dell’immagine fotografica contenuta nelle teorizzazioni letterarie di Andrè Breton.


Walker Evans - Subway passengers - New York, 1938

Il secondo navigatore è Robert Frank, con cui si può parlare sia di continuità che di cambiamento rispetto alla linea impartita al reportage fotografico dalla poetica di Evans. L’autore svizzero propone una variante affine alla filosofia della Beat Generation e delle correnti esistenzialiste affermatesi lungo il corso degli anni cinquanta. L’idea principale di fotografare “sulla strada”, in transito, verso mete non prestabilite, rinverdisce l’antico rituale ottocentesco del reportage fotografico di viaggio come virtualizzazione dell’esperienza, ma ne inverte le rotte esotiche, extra-ordinarie in direzione dei luoghi e degli ambienti celebrati nell’epica quotidiana. Grazie alla componente “beat” il reportage fotografico di Frank espande la street urbana seguita da Walker Evans nella road interminabile di Jack Kerouac. L’ininterrotta sequenza visiva de The Americans, un condensato della sua poetica, trasforma l’immagine fotografica in atto di partecipazione con la mutevolezza delle situazioni e degli eventi della realtà eterogenea: si aziona in un voltaggio continuo, come accade nell’action painting e nelle sperimentazioni “neo-dada” del cinema underground.


Robert Frank - Indianapolis, 1956

L’ultimo navigatore è Lee Friedlander con le sue ricerche di taglio analitico-concettuale. La sua ragionata consapevolezza sulla “medialità” della fotografia assume le forme dell’autoanalisi raggiungendo, soprattutto con la collezione intitolata Self Portrait, preziose tangenze con le speculazioni dell’arte concettuale. Questa terza parte è il culmine della verifica dei meccanismi di funzionamento del mezzo tecnologico e di analisi linguistica delle norme atte a definire l’identità “indicale” sulla scorta del pensiero semiotico di Charles Sanders Peirce. Il reportage esaminato come linguaggio, attraverso la rielaborazione degli idiomi iconografici, dei modelli topografici, delle forme stilistiche ereditate, oscilla, in partenza, in un movimento dialettico tra la “Straight” e la “street photography”, ma poi le sintetizza e le registra sulle frequenze delle neo-avanguardie artistiche. Friedlander, in accordo con le tendenze analitiche del secondo dopoguerra, disamina quindi la tecnica, la lingua e la storia della tradizione fotografica che così assume le fattezze di una ricerca dall’identità concettuale più complessa, in cui si coniugano il fare e il pensare, l’azione e la consapevolezza. Dunque, non solo un movimento d’immersione permanente nell’universo caotico della vita, ma anche un contro-movimento, un’emersione, sebbene momentanea, prima di tornare in apnea perché comunque… the beat goes on!


Lee Friedlander New York City, 1966

Pier Francesco Frillici è dottore di ricerca in Storia dell’arte contemporanea. Ha pubblicato Una fatale obiettività, in Aa.Vv., Il battito della fotografia, Clueb Bologna 2000; On the road. Tassonomie del quotidiano nelle esperienze fotografiche degli anni sessanta e settanta in America, in Aa.Vv., In viaggio Editrice compositori, Bologna 2001. Attualmente è docente a contratto presso la Libreria Universitaria delle Arti (L.UN.A) di Bologna. Collabora regolarmente alla rivista “Around Photography”.



Letto per voi da surgeon.

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