photo4u.it
Menù
Home Home
Forum Forum
Fotografie Fotografie
Le tue Preferite Le tue Preferite
Foto della settimana Foto della Settimana
Foto in Vetrina Foto in Vetrina
i Contest di photo4u.it Contest 4u
Taccuino fotografico Taccuino fotografico
Grandi Memo Grandi Memo
Articoli Articoli
Interviste Interviste
Le recensioni degli utenti Recensioni
Tutorial Tutorial
Eventi Eventi
Libri Libri
Segnalazione concorsi Concorsi
Donazioni Donazioni
utileFutile utileFutile
Lo staff di photo4u.it Lo staff
Contatti Contatti
Benvenuto!
Login
Utente:

Password:

Login automatico
 
Taccuino fotografico
Appunti su alcuni scatti che ci hanno colpito.
L'immagine di sè in fotografia

Foto di aerre
Che cosa: La fotografia mostra il volto di un uomo, parte del suo tronco, la mano ed una porzione dell'avambraccio destro. Il soggetto è vestito con una camicia ed una maglia.

Come: L'autore mediante un'ottica tele ed una ridotta profondità di campo produce un'inquadratura verticale dalla composizione ben equilibrata. La durata dell'esposizione è breve ma non crea "un momento"; il contenuto è fermo e il tempo appare immobile. L'inquadratura racchiude un primo piano realizzato con una semplice quanto efficace luce naturale, forse quella di una finestra, proveniente dalla destra del soggetto. La luce laterale dona una piacevole tridimensionalità al volto del soggetto, evidenziandone l'anatomia facciale, la texture della pelle e la capigliatura, folta e ordinata. Le ombre sono evidenti, in alcuni punti tendono ad eccedere, annegando aree e contorni del ritratto; il contrasto ne risulta elevato creando una notevole atmosfera e regalando alla fotografia drammaticità e forte impatto visivo. La fotografia di Aerre rispecchia i canoni classici del ritratto: l'inquadratura verticale accoglie il soggetto e la sua gestualità, magnetizzando l'attenzione dello spettatore. Il volto del soggetto è frontale mentre la linea delle spalle è inclinata di 3/4. Il punto di vista neutro elimina ogni giudizio indotto da modificazioni di angolazione e/o inclinazione dell'inquadratura, contribuendo ad aumentare l'intensità e la concentrazione di uno sguardo. Un viso triangolare riempie il fotogramma con la giusta aria ed è affiancato dalla postura verticale di mano e avambraccio destro, ben allineati al margine destro del fotogramma. Ne sortisce una sensazione di stabilità dovuta ad un'associazione intuitiva di qualcosa che appoggia saldamente a terra. La mano destra si appoggia lievemente sull'estremità sinistra della testa, con i polpastrelli che sfiorano tempia e regione frontale sinistra. Particolare attenzione è stata dedicata allo sfondo, realizzato con un telo nero, omogeneo, perfettamente uniforme e privo di figuratività. Uno sfondo nero impenetrabile, assente, silenzioso, per esaltare l'intensità del primo piano evitando di diluire la forza magnetica dello "sguardo in camera" che vede l'occhio sinistro nitido e perfettamente a fuoco (tanto che ci fa scoprire la lente a contatto) pronto a veicolare l'individualità del soggetto e oltre. L'autore utilizza come modalità espressiva il bianco e nero digitale esponendo selettivamente sulla metà destra del viso. Il chiaroscuro di Aerre struttura la fotografia: il suo contrasto, fra luci ed ombre, contribuisce ottimamente alla comunicazione di forme e sensazioni. Il contrasto tonale crea un'atmosfera di concentrazione e raccoglimento psicologico. Alcune zone del viso sono fortemente illuminate mentre altre degradano in vari stadi di penombra fino ad essere inghiottiti nel nero profondo. Tutto questo enfatizza la drammaticità di un volto che si fa racconto, allo stesso modo di una storia recitata sotto i riflettori di un teatro. Le parti chiare sull'emivolto di destra (orecchio-fronte-zigomo-naso) e mano destra appoggiata, vengono percepite come più vicine a noi come se uscissero fuori dal quel nero misterioso promuovendo un coinvolgimento emotivo, viscerale con il soggetto. Il risultato sarebbe stato ancor più valido se anche i toni del colletto e del polsino della camicia fossero stati più contenuti. Pur tuttavia il risultato è decisamente funzionale, riuscendo ad attirare lo sguardo e l'individualità del soggetto, aumentando esponenzialmente l'enfasi espressiva di quell'incontro fra autore e spettatore. Il titolo della fotografia rivela un'aspetto decisivo dell'immagine che ne sottointende specifiche dinamiche tecniche (cavalletto e timer di scatto) e progettuali, trattandosi di un "autoritratto". La fotografia può essere guardata da qualsiasi persona e si può mostrare anche in assenza dell'autore, cosa di estremo interesse, perchè in mancanza dell'ancoraggio del titolo renderebbe lo scatto indistinguibile da un vero e proprio ritratto.
Tutto questo è rivelatorio: se è vero che per fare un buon ritratto l'autore deve sintonizzarsi sulle frequenze d'onda del suo soggetto, lasciando tracce proprietarie di questa trasmissione, allore c'è sempre il DNA dell'autoritratto all'interno della dinamica di un ritratto. La qualità della sintonia dipende dalla possibilità di ricevere il canale desiderato, eliminando interferenze e rumori di fondo. La trasmissione e la ricezione dei rispettivi universi dell'autore e del suo soggetto, devono convergere in un unica modulazione emozionale. Solo se questo sintonizzarsi, modularsi verso le frequenze altrui, viene fatto con curiosità si riesce a sentire il suono o addirittura la melodia del ritratto, fatta di emozioni e passioni, oppure, nel caso di questo autoritratto, delle vere e proprie rivelazioni. Lo scatto di Aerre offre alla lettura attenta due spazi distinti: il primo che sembra chiudersi nella composizione formale descritta fino ad ora, passivo, adatto come abbiamo visto ad uno studium, il secondo rappresentato dallo sguardo in camera, attivo, protensivo, catturandolo emotivamente. E' come se si realizzasse una mitosi dello spazio fotografico e si proiettasse nel mondo intimo di ogni spettatore avventuroso. Si viene a creare una nuova dimensione dell'accadere quella appunto della diretta sollecitazione dello spettatore. Mentre il primo spazio si esaurisce con l'osservazione attenta di forme, relazioni, contrasti e ad una riflessione su ciò che "è stato", il secondo spazio, innescato dagli occhi dritti verso di noi, apre un'altra dimensione temporale, un fuori campo sconfinato, enigmatico, questa volta ricco di attesa, inquietudine. Lo sguardo in camera si proietta nello spazio dello spettatore, lo interroga, e attende qualcosa da lui. Un nuovo spazio/tempo si apre alla vista. Lo sguardo sull'asse riqualifica quindi lo sguardo di ogni spettatore. Colui che guardando la fotografia di Aerre pensava di trovarsi nella situazione di una semplice percezione diretta, transitiva, si ritrova preso in uno scambio inter-soggettivo, in un'attesa, in una tensione imbarazzante che dovrà essere risolta o con la congiunzione o con la disgiunzione dello sguardo. Lo spettatore è invitato sia a varcare la soglia del soggetto fotografato, sia a volgere da un'altra parte il suo sguardo; penetrare rispondendo all'aspettativa dello sguardo o passare oltre, rifiutando lo scambio visivo. Questa riqualificazione dello sguardo è irreversibile e apre allo spettatore una nuova dimensione. "E' a te che mi rivolgo" sembra parlare il soggetto, "sei tu quello che sto guardando". Come se lo spettatore della fotografia si trovasse in una sorta di appendice spaziale del soggetto che guarda, come se il nostro mondo venisse in contatto con quello misterioso e profondo di Aerre.

Perché: Non vi è dubbio che l'idea sottesa alla fotografia di Aerre sia di tipo narrativo. La ricerca di una storia appassionata il cui nucleo narrativo rispecchi l'individualità di un soggetto, la sua identità, il suo spirito. Se è vero che in ogni ritratto fotografico è possibile individuare una componente autobiografica, in questa fotografia lo sarà ancora di più. La ricerca di quella componente intima e personale insita in ogni fotografia di ritratto si intensifica in questo autoritratto. L'autore decide di riflettere su se stesso quell' esplorazione psicologica dell'universo altrui, tipica dei ritratti fotografici, ricercando un giudizio su se stesso, un' identità. Per fare questo acquisisce un triplice ruolo: è allo stesso tempo autore, soggetto e spettatore di se stesso. Ecco che gli strumenti per la formulazione di questo giudizio si riflettono su se stesso: l'autore scrive il proprio racconto decidendo egli stesso i parametri per giudicarsi. Questi non sono gli stessi di un ritratto ovvero un punto di osservazione, un' inquadratura, un tempo ed una messa a fuoco ma si aggiungono altre variabili: un autoscatto con timer per decidere lo scatto ed una posa. Il fotografo infatti sceglie l'esatto momento dello scatto. L'impressione è quella di dominare meglio tutto il procedimento e l'esperienza ne risulta più diretta e immediata. Elemento decisivo è il "non potersi vedere" di Aerre, ma solamente immaginarsi, dove questo vedersi nella mente comprende la memoria di altre pose, assorbendo l'energia di uno stato d'animo, di un pensiero, di qualcosa di solenne che potrà o meno essere smentito dalla fotografia ottenuta. Una sorta di performance dove il nostro agire o recitare è senz'altro mediato da quello che noi vogliamo che gli altri vedano di noi. Ciononostante esiste uno spazio, un rapporto tra sè e sè, che rimane indipendente dall'altro e racchiude un intenso dialogo interiore di percezione, pensiero, giudizio, accettazione.
Sarebbe piacevole lasciarsi trasportare in una lettura fotografica sul soggetto ritratto, nell'esplorazione di quest'uomo del passato, profondo, acuto, dall'aria fin de siecle. La sua posa seduce offrendo serietà, consapevolezza, intelligenza emotiva, empatia, capacità introspettiva. La mano alla fronte-tempia rafforza il magnetismo di quello sguardo intenso e dona concentrazione, capacità riflessive, di analisi, sintesi. Quell'avambraccio posto in verticale rafforza la sensazione di fermezza, solidità, autocontrollo, stabilità emotiva. La lettura continuerebbe con un'autopsia visiva di particolari e dettagli che forse porterebbero a contraddire la posa e l'atteggiamento offerto: come ad esempio la presenza di quell'unghia priva di cuticola, sintomo di pregressa attività onicofagica. Oppure si potrebbe aggiungere una pensosità e allora il sopracciglio ribelle, lo sguardo profondo ed il pizzetto curato andrebbero oltre l'asciutto dato referenziale per proiettarci altrove, davanti ad un letterato di fine secolo, un famoso psichiatra del 900, un acuto filosofo, un mago concentrato. Lo stesso che può accadere dirimpetto ad un ritratto in posa assolutamente estraneo. All'improvviso, un dettaglio all'interno di una fotografia ignota può attrarre, emozionare, coinvolgere e -scrive Barthes - "plana in una zona indefinita di me stesso". Quel punctum "fa fantasmaticamente uscire il personaggio [...] dalla fotografia [...]; essa trascina lo spettatore fuori dalla sua cornice, ed è appunto per questo che io animo la foto e che essa a sua volta mi anima [...] come se l'immagine proiettasse il desiderio al di là di ciò che essa dà a vedere". (1) Da qui il commentatore di un ritratto, se ne sa approfittare, se vuole, se ne è sedotto, potrà aggiungervi immaginazioni, narrazioni, fantasie. Per dirla con Gombrich: "Le nostre congetture giocano sulle nostre percezioni" (2) e "tendiamo a proiettare vita e espressione sull'immagine arrestata e ad aggiungere in base alla nostra esperienza ciò che non è presente"(3). Le stesse "recitazioni mentali" (4) a cui lo stesso Aerre ci ha mirabilmente abituati nelle sue letture di ritratti fotogrfici.
Ho usato il condizionale perchè un tale metodo di lettura sarebbe profondamente errato in questo caso e porterebbe alla rivelazione non della natura della fotografia in questione ma ad una semplice proiezione di me stesso. Non farei altro che parlare di me e lasciare traccie della mia cultura e della mia intimità. Qui invece siamo di fronte ad un autoritratto ed è perciò questa dinamica che dovrà essere letta ed interpretata.
Gli autoritratti differiscono dalle altre fotografie in quanto la loro creazione non è condizionata da nessun altro che non sia il soggetto. Sono fotografie che ritraggono noi, i nostri corpi o qualsiasi altra cosa riteniamo ci rappresenti. Qui abbiamo il controllo su tutti gli aspetti della realizzazione dell'immagine, dal progetto iniziale al risultato finale. Poiché sono fotografie del soggetto, fatte dal soggetto stesso, gli autoritratti hanno la capacità di essere mezzi potenti e incontestabili di autoconfronto. E' raro che ci prendiamo il tempo di guardare veramente al modo in cui ci rappresentiamo agli altri e di vedere i modi in cui realmente comunichiamo visivamente i nostri aspetti fisici, mentali ed emozionali.



Le fotografie che scattiamo a noi stessi, senza nessuna interferenza esterna, ci permettono di esplorare chi siamo quando pensiamo che nessuno ci stia guardando (o che nessuno ci giudicherà in seguito). Questo ha a che fare con l'autolegittimazione e la libertà di creare se stessi, senza limitazioni o aspettative inflitte dagli altri e ci permette di scoprire quello che realmente sembriamo essere. Gli autoritratti permettono ai loro autori di esplorare le varie manifestazioni della loro identità. Il modo in cui noi vediamo noi stessi è come noi definiamo noi stessi; il modo in cui noi scegliamo di rappresentare la nostra identità è come speriamo che essa verrà conosciuta dagli altri. In sostanza come noi crediamo di essere è l'unica realtà a partire dalla quale possiamo veramente agire, perchè i nostri filtri percettivi, i nostri valori, le nostre credenze, le nostre aspettative, influenzano il nostro modo di osservare oggettivamente noi stessi, proprio come ci impediscono di farlo con le altre persone. In questo senso, la bellezza o qualunque altro attributo non è solo nell'occhio di chi osserva ma anche nella mente dell'osservato. Le persone possono manifestare diverse opinioni nel darci un feed-back, ma noi non le comprenderemo come vere fino a che esse non entrano in risonanza con le immagini interiorizzate di noi stessi. Gli autoritratti forniscono ai loro autori un mezzo per simbolizzare se stessi a se stessi utilizzando il loro linguaggio e di vedere se stessi da una posizione esterna proprio come li vedrebbe un'altro. Ci forniscono delle rappresentazioni esterne di simbolizzazioni interiori del sè che possono essere tenute in mano, o sullo schermo di un computer, esaminate visivamente e usate per guardarsi da fuori proprio come farebbe un estraneo. Il fatto di essere in grado di esaminare le proprie immagini a piacimento e di poter porre a queste delle domande (anche se silenziose) rende possibile agli autori dei rispettivi autoritratti un'auto-osservazione riflessiva che nessun imput proveniente da nessun'altra persona può uguagliare, e la creazione di una migliore immagine interna. L'autoconfronto di un autoritratto che riesce a produrre reazioni positive è in grado di rafforzare l'autostima in modi inaccessibili a qualunque altro processo. Non è tanto l'aspetto dell'autoritratto ad essere così importante, quanto piuttosto il significato di ciò che appare a colui che l'ha creato, al soggetto e a colui che vede l'immagine che in questo caso sono la stessa persona. L'autoritratto diventa una prova di verità perchè permette al suo autore di vedersi come se fosse veramente una nuova persona: mi fotografo, mi vedo, dunque esisto.



Le diverse esperienze fatte con gli autoritratti da quasi tutti gli autori muovono da un presupposto comune e cioè che la nostra identità non è affatto unitaria. Essa si costituisce per stratificazioni successive a partire da una sintesi inconscia di una pluralità di facce che sono il frutto di una quantità di esperienze di sè e del mondo che ogni soggetto matura nel corso della vita. La maggior parte delle persone sembra essere genuinamente inconsapevole di questa pluralità.
Sia che ci si faccia fare un ritratto sia che si produca un autoritratto, ogni persona cerca una conferma di ciò che sono o di quello che vorrebbe essere, fondamentalmente per soddisfare il bisogno di corrispondenza tra ciò che il soggetto sente e ciò che immagina che gli altri possano vedere e capire di lui. (5) Del resto il problema era già noto negli autoritratti di molti pittori, in cui Szarkowski ha riscontrato una tendenza all'abbellimento di se stessi ben più evidente che non nei ritratti eseguiti per raffigurare i loro committenti. (6) Decisamente più interessante sarebbe utilizzare l'autoritratto non tanto per verificare un'identità quanto piuttosto come una modalità per sottoporre a sperimentazione la medesima. (7) Non essendo importante che i volti fotografati nel corso di una ricerca di sè così fatta siano "veri" (del resto, nessuno dei volti di un individuo è mai del tutto vero ed univoco) è pertanto ininfluente se queste immagini vengono ottenute mediante tecniche di drammatizzazione o di teatralizzazione.



Decisiva sarà anche non solo l'esperienza di vedere nuovi volti di sè ma soprattutto la dimensione relazionale che si viene ad instaurare tra autoritratto fotografico e il suo autore-spettatore.
La mia intenzione nell' affrontare la fotografia di Aerre è cercare di spiegare il cosa, il come e soprattutto il perchè dell'autoritratto fotografico in generale.
Come già affermato sarebbe alquanto presuntuoso eseguire una lettura strutturale specifica di questa fotografia poichè l'interpretazione sarebbe fine a se stessa e soprattutto inutile agli altri e all' autore. Sarebbe molto più fruttuoso condividerne i contenuti con l'autore stesso, come in una chiaccherata fra amici. In questa maniera le curiosità sotto forma di domande potrebbero dar vita a racconti, memorie. Nuovi personaggi e nuove storie scaturirebbero dalle pieghe dell'inquadratura, forieri di significati e nuove consapevolezze: per me, per gli altri ma soprattutto per Aerre. Questo avrebbe una qualche utilità: un aumento del proprio livello introspettivo, un consolidamento dell'autostima, un miglioramento della competenza visiva ed emozionale, etc. Io stesso sarei molto interessato a quel dialogo. Non è tanto la parte artistica dell'autoritratto fotografico ad essere importante, la sua composizione riuscita, la sua ricercata estetica ma i significati in essa nascosti nonchè le spiegazioni riguardanti il come e il perchè di questa lettura, le motivazioni che hanno spinto l'autore a scattare e a condividere il lavoro (altro fatto di rilievo), le ragioni delle sue aspettative di un determinato feed-back da parte dei fruitori. Ed ancora sarei interessato sapere se la fotografia scattata nel 2007, vista oggi a distanza di tempo, suscita ancora delle emozioni forti, dei ricordi. Perchè si sa le foto continuano a parlare e dicono cose differenti nel tempo, "invecchiano con noi".
Tante sono le curiosità che verrebbero fuori da quella chiaccherata in tono amichevole e al di là delle risposte sono sicuro che certi particolari, certi dettagli, di questo autoritratto potranno servire all'autore come tracce del suo universo, specchi della sua vita, corde emotive del suo cuore, ricordi cristallizzati che potrà conservare in un silenzio solenne davanti agli occhi, per tutto il tempo che lo desidererà. Essi documentano come impronte l' identità fisica ed emozionale di Aerre e potranno indicargli la vita che consapevole o no deciderà di vivere.
A proposito della sua immagine intitolata autoritratto-2, forse è interessante ipotizzare le domande che più si è posto riguardo le aspettative in merito ai pensieri e alle emozioni che tale foto avrebbe suscitato nel pubblico del portale virtuale photo4u. Sono soddisfatto del mio aspetto fisico? Gli utenti vedranno il me che io voglio che loro vedano? La fotografia rispecchia la mia identità di esperto commentatore e lettore di fotografie altrui? Riesco a condensare nello scatto tutto quello che voglio comunicare? Cosa penseranno che volessi trasmettere con questa fotografia che ho scelto per rappresentarmi? O altre considerazioni del tipo: qual'è una fotografia di me stesso che sia sufficientemente valida a presentarmi su questo forum virtuale e che allo stesso tempo non sia considerata troppo formale dai miei familiari e dai miei amici? Cosa fare qualora non fossi riuscito a cogliere quegli aspetti che invece desideravo venissero notati nel vedere la mia fotografia? Se quella fotografia potesse parlare oppure animarsi cosa direbbe o farebbe? Tutte queste riflessioni sono certamente solo ipotizzate ma riflettono bene la profondità affascinante che si cela dietro la fotografia di un autoritratto. Spero che ogni lettore, compreso l'autore stesso (ne sono sicuro) possa prendere consapevolezza di questo meccanismo meraviglioso insito nel medium così da trasformare il semplice atto di guardare una propria fotografia nell'opportunità di comprendere meglio se stesso e gli altri. E' affascinante sondare e riflettere sui significati comunicati dalle fotografie scattate per le più diverse motivazioni. Ricordiamoci sempre che l'obbiettivo della macchina fotografica non mette a fuoco solo il soggetto o quello che c'è intorno, ma anche ciò che vi è dentro al fotografo che opera. “La macchina fotografica è dunque un occhio che può guardare nel contempo davanti e dietro di sé. Davanti scatta una fotografia, dietro traccia una silhouette dell'animo del fotografo: ovvero coglie attraverso il suo occhio ciò che lo motiva. Una macchina fotografica vede perciò davanti il suo oggetto e dietro il motivo per cui questo oggetto doveva essere fissato. Mostra le cose e il desiderio di esse. Verso ciò che è davanti assume un atteggiamento e altrettanto verso ciò che sta dietro. Se una macchina fotografica riprende dunque in entrambe le direzioni, in avanti e all'indietro, fondendo le due immagini tra loro, in modo che il “dietro” si dissolva nel ”davanti”, allora essa permette al fotografo già nell'istante della ripresa di essere davanti, dentro alle cose, e non separato da loro. Attraverso il mirino colui che fotografa può uscire da sé ed essere dall'”altra parte”, nel mondo, può meglio comprendere, vedere meglio, sentire meglio, amare di più”. Wim Wenders (8).

L'utilità di un autoritratto sta quindi nella relazione di reciprocità che si instaura fra autore e lettore esterno. Questo deve resistere alla tentazione di tradurre l'immagine mediante un'analisi puramente formale o contenutistica poiché è inutile cercare di interpretare con un linguaggio d'effetto qualcosa che deve rimanere poietico e immaginifico. Il fotografo anche se scatta l'immagine cercando di controllare le operazioni non sarà il completo responsabile del risultato finale poichè l'autoritratto si fa da sè. L'inquadratura svela il Sè invisibile: permette di vederci come se fossimo qualcun altro. Esploderà sempre una scintilla visiva di casualità oltre a quello che volevamo rappresentare. Questo è reso possibile dal fatto che la macchina fotografica è un medium dotato di una propria autonomia tanto nella capacità di organizzare l'immagine (inconscio ottico) (9) quanto nella capacità di cogliere frammenti istantanei di realtà che sfuggono talora perfino alle capacità percettive dell'occhio umano (iinconscio tecnologicoi)(10). Ecco perchè un autoritratto nel rappresentare un uomo ci può sorprendere, rendendoci consapevoli di una diversità imprevista. Allo stesso modo non è il lettore il responsabile dell'interpretazione dell'immagine prodotta ma è l'autoritratto che si impone all'interpretazione, quasi facendolo da sè, e nel far questo modifica ovviamente la percezione che l'autore ha di sè. Il lettore è semplicemente un facilitatore, un aiutante dell'autore a prendere consapevolezza del risultato. Una lettura fotografica narrativa, esaustiva e circostanziata tenderebbe a stupire senza peraltro aiutare l'autore nella comprensione del suo lavoro. A patto che egli non sia proprio alla ricerca di un banale consenso autocelebrativo ma sia consapevole dell'utilità (scientificamente dimostrata anche in ambito terapeutico) (11) di un autoritratto fotografico. L'atto psichico che dà forma all'immagine di sè di un individuo ha un ruolo trasformativo centrale nell'economia della psiche, in quanto attiva emozioni nuove e crea la possibilità di un rapporto tra esse e l'individuo che le ha prodotte. Compito di un lettore di autoritratti è quello di stimolare questo rapporto, non cercando l'esaustività di una o più risposte ma rimanendo il più possibile nell'indefinito allo scopo di divenire stimolo per ulteriori pensieri ed associazioni. Proprio come se fosse una seduta psicoanalitica. E' ben noto infatti che l'interpretazione da parte di uno psicologo del materiale portato in seduta dovrebbe sempre lasciare aperto un quesito per stimolare il pensiero del suo paziente a darsi delle risposte il più possibile autonome. E' dimostrato infatti che il principale elemento di cambiamento nelle terapie interpretative è dovuto alle associazioni emozionali che il paziente produce a seguito delle interpretazioni del terapeuta piuttosto che alle risposte esplicite che egli dà ai contenuti delle medesime. (12). Ecco allora che una chiaccherata con l'autore stesso fatta di scambi reciproci, domande e curiosità sui risultati ottenuti lascierebbe trasparire molto di più rispetto ad una lettura dettagliata della fotografia la quale invece di aprirsi al nuovo rimarrebbe pietrificata bloccando quel flusso spontaneo e naturale tipico delle immagini. "L'immagine è psiche" sostiene Jung (13) pertanto è meglio avvicinarsi ad essa con curiosità e atteggiamento di ascolto accogliente, in quanto il lavoro dell'immagine è diretto all'immaginazione e agisce per mezzo dell'immaginazione. Secondo Jung le immagini non rappresentano residui della percezione, un senso indebolito, o immagini a posteriori, ma generazioni spontanee e primordiali, "poesia essenziale al cuore delle cose" in cui l'anima si manifesta direttamente. Ogni percezione del mondo ci giunge filtrata da questo fattore poetico ancestrale che è l'immagine. Ciò spiega come mai riesca difficile lavorare su questa dimensione psichica utilizzando linguaggi concettuali, e spiega anche la grande efficacia terapeutica di tutte le metodiche che fanno ricorso a una mediazione comunicativa immaginale.
E' molto facile che un fotografo tenda a sottovalutare le implicazioni psicologiche di un autoritratto e a privilegiare gli aspetti pratici come per esempio la possibilità di controllare direttamente la regia di uno scatto senza ricorrere all'utilizzo di modelli oppure gli aspetti formali e contenutistici, mediante l'allestimento di scenografie complesse fatte di specchi e riflessi. Altre volte ancora, l'essenzialità dell'atto viene dimenticata, a scapito di tecniche di elaborazione grafica, temperature colore per l'incarnato, conversioni sempre più sofisticate in bianco e nero, ricerca esasperata di contrasto e nitidezza. Ma in profondità, l'atto psicologico essenziale rimane il medesimo.



Sotto il profilo psicologico l'autoritratto fotografico di Aerre costituisce un'esempio ideale per presentare le dinamiche comuni ad ogni processo di auto-rappresentazione. In termini psicologici l'autoritratto (non solo quello fotografico) si riferisce in generale al rapporto che ciascuno di noi intrattiene con la raffigurazione della propria immagine, in quanto essa è inevitabilmente chiamata a rappresentarci nel mondo e ha dunque a che fare con la realtà articolata, complessa e contradditoria della nostra identità. Infatti l'immagine (in questo caso l'autoritratto fotografico) è di volta in volta investita di quella porzione di identità che si vuole o si deve mostrare, a seconda dei contesti e delle occasioni. Non vi è dubbio che, per ognuno di noi, la più costante occasione di rapportarsi con la propria immagine è data dall'utilizzo dello specchio di tutti giorni. Ogni mattina, dopo essersi alzati, prima di uscire di casa, ci laviamo, pettiniamo, trucchiamo, ci mettiamo le lenti a contatto (...Aerre) davanti allo specchio cercando di trovare la faccia più adatta per presentarci al mondo e questa sarà diversa a seconda dei contesti in cui andremo ad agire. Penso che sia ormai noto a tutti che quello che vediamo davanti allo specchio non siamo veramente noi ma l'immagine mentale autocostruita di noi stessi, quella filtrata dalla nostra mente (14) L'autoritratto rappresenta in diversi gradi e livelli il corrispettivo di questo specchio cioè di quell'elemento centrale nella costruzione e nella stabilizzazione dell'identità. (15) Il bambino, prima dei 18-24 mesi non è ancora in grado di avere una concezione unitaria del proprio corpo, che viene invece da lui vissuto in modo frammentario.(16)(17) La coscienza di un "Io" si forma nel momento in cui il bambino si identifica con l'immagine riflessa nello specchio. Questa identificazione primaria è ciò che gli consente di dare un'unità al suo corpo frammentato facendo di questo riconoscimento il presupposto della sua soggettività "alienata": io in quanto abito questo corpo che vedo sono dunque l'immagine altra dello specchio. La nostra identità è dunque qualcosa che stà fuori di noi e passa sempre attraverso lo sguardo degli altri. Questo carattere alienato della nostra soggettività verrà riconfermato successivamente nel corso di tutta la nostra vita e continuerà a segnare il rapporto con lo specchio e con la riproduzione della nostra immagine. Questi meccanismi identitari anche se si strutturano nei primi mesi di vita, non sono mai del tutto conclusi e si ripropongono a fasi alterne ad ogni svolta importante della nostra esistenza quando la vita stessa ci chiede un'adattamento di identità per circostanze nuove. Il rapporto con lo specchio quindi accompagnerà durante tutta la vita l'individuo. L'autoconsapevolezza dello specchio viene addirittura potenziata dalla macchina fotografica. Mentre da un lato l'identificazione con lo specchio ha finito per diventare automatica (davanti allo specchio tendiamo soltanto a ri-conoscerci) dall'altro proprio la fotografia ci ripropone l'originario carattere alienato della nostra immagine. Nel momento in cui ci facciamo un autoritratto fotografico noi torniamo a vedere la nostra immagine come diversa, altra, rispetto a quella che vediamo di solito davanti allo specchio. Il soggetto diventa diverso, non è più lo stesso della nostra immagine mentale. Davanti alla fredda oggettività di quell'altro da Sè nello specchio, si può avere la sensazione che parte di noi abbia acquistato, durante l'atto fotografico, una propria autonomia, talvolta perturbante (il Doppio). Roland Barthes la paragona ad una esperienza di morte "Immaginariamente, la Fotografia (quella che io assumo) rappresenta quel particolarissimo momento in cui, a dire il vero, non sono nè un oggetto nè un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto: in quel momento io vivo una microesperienza della morte [...] io divento veramente spettro. (1). L'autoritratto fotografico presuppone quindi un processo inverso rispetto a quello descritto da Lacan che permette dunque al soggetto di rivisitare e risignificare le varie tappe della costruzione dell'Io, a partire dal rapporto con il corpo frammentato. Ogni porzione del nostro corpo può riassumere parte della nostra identità. Noi siamo il nostro corpo ma possiamo essere anche quella parte di esso che meglio ci rappresenta in uno specifico contesto, nel bene o nel male. Come se la nostra identità si concentrasse o si espandesse, come se una parte di noi ci rappresentasse. Per esempio lo sguardo e gli occhi con cui si vorrebbe controllare, oppure la fragilità delle braccia o delle gambe di una persona con handicap o la potenza muscolare di un atleta, l'armonia del corpo di una ballerina di danza classica, etc. Quest ri-frammentazione del corpo prodotta dall'autoritratto fotografico diviene una parte integrante del nostro progetto identitario che deve tener conto sia delle divisioni che delle moltiplicazioni o delle negazioni dell'Io.
L'aspetto relazionale attinente alla percezione della nostra immagine che caratterizza fin dalle origini l'esperienza dell'autoritratto è messo in evidenza dal pediatra, psicoanalista inglese Winnicot secondo cui è il volto materno il primo e autentico specchio in cui il bambino si cerca e si vede (o non si vede) e si riconosce (o non riconosce). (18) Fin dalla nascita il vero specchio dell'Io è lo sguardo dell'altro da cui nel bene e nel male non possiamo mai prescindere. Questa presenza dello sguardo dell'altro - più o meno invocato, più o meno temuto, e a volte sentito come violento e intrusivo- è parte integrante del modo in cui l'individuo si vede e si rappresenta - nel dubbio, nel dolore, nella desolazione o più raramente nella gioia e nell'esaltazione: c'è sempre dentro di noi, nel momento in cui ci rappresentiamo a noi stessi, lo sguardo di qualcuno che ci osserva e ci giudica, ci assolve o ci condanna. Il bambino vede il volto della madre e ne imprime indissolubilmente i tratti in quella che diventerà la propria immagine mentale. L'autoritratto fotografico è come se registrasse questo legame, come se catturasse nel proprio volto questa dipendenza parentale.
Il medium fotografico ha la potenzialità di bloccare l'immagine allo specchio, oggettivandola e sottraendola dal normale fluire del tempo. Questo fenomeno permette al soggetto dell'autoritratto di verificare e testimoniare la propria originale prova di esistenza in vita grazie al forte valore indicale: mi vedo, mi fotografo, dunque esisto. Avere davanti agli occhi o nelle proprie mani il proprio autoritratto ci rende consapevoli della nostra identità, ne rafforza la credenza proprio in virtù di quel cordone ombelicale fra realtà e rappresentazione mediata dalla luce (impronta), garanzia di autenticità. "La foto è letteralmente un'emanazione del referente. Da un corpo reale, che era là, sono partiti dei raggi che raggiungono me, che sono qui; la durata dell'emissione ha poca importanza; la foto dell'essere scomparso viene a toccarmi come i raggi differiti di una stella. Una specie di cordone ombelicale collega il corpo della cosa fotografata al mio sguardo: benchè impalpabile, la luce è qui effettivamente un nucleo carnale, una pelle che io condivido con colui o colei che è stato fotografato". (1)
L'autoritratto fotografico possiede un oggettività in sè tale da trasmettere all'immagine di noi stessi un'alterità, talvolta perturbante. La sua pratica prevede una vera e propria ginnastica mentale: per potersi rappresentare il soggetto deve tornare a vedersi come oggetto operando un processo di disidentificazione. Se, guardandoci allo specchio, tendiamo a proiettare un'immagine di noi preconfezionata, che dunque non vediamo ma semplicemente riconosciamo, nel processo dell'autoritratto fotografico la nostra immagine allo specchio torna a diventare quella di un estraneo, (con tutti i rischi che ne possono derivare). Come in ogni forma di autorappresentazione (scrittura autobiografica, ricordo, sogno) abbiamo un Io attivo che guarda e osserva ed un Io passivo che viene osservato e studiato. Il fatto stesso di riuscire ad autoritrarsi e di reggere lo stress di questa effettiva acrobazia mentale, costituisce la prova di un Io che al di là dei suoi dubbi identitari o delle sue propensioni autocelebrative può ancora contare su una sua sostanziale integrità psichica. Questa competenza psichica è tipica di un autoritratto come questo di Aerre. Il suo lavoro autoriflessivo , ineccepibile da un punto di vista tecnico ed estetico, ci presenta se stesso nell'atto di presentarsi. Non solo si rappresenta ma sottolinea l'attività enunciativa con quel suo voler essere guardato + voler guardare, della posa frontale e dello sguardo sull'asse. (19)
Un "dare del tu" a se stesso ma anche a tutti quegli spettatori che tentano di resistergli davanti. L'autoritratto di Aerre diviene (auto) ritratto della fotografia. Come scrive Lacoue-Labarthe a proposito degli autoritratti fotografici di Urs Luthi "il soggetto dell'arte non si riflette. Ma (si) affascina" (20). E riesce ad affascinare se stesso e tutti noi non alla maniera di Narciso, bensì riconoscendo l'altro in se stesso, in quell'altrove in cui è subito chiara la distinzione tra immagine e realtà, e in cui si sviluppa l'autonomia dell'immagine da una parte e la complessità della percezione di sè dall'altra. Per tenere insieme tutte le cose che si trovano in questo altrove e per articolarle in un linguaggio occorre poetica che si sedimenta nel tempo, per gli altri e dagli altri, per il pubblico e dal pubblico, mai per sè e da sè.

Scritto da surgeon


Bibliografia:

1. Roland Barthes La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino, 1980.
2. Ernest H. Gombrich Arte e Illusione. Studio sulla percezione pittorica, Einaudi, Torino,1960
3. Ernest H. Gombrich Arte percezione e realtà, Einaudi Torino 1978
4. Jean Paul Sartre Immagine e coscienza. Psicologia fenomenologia dell'immaginazione, Einaudi, Torino, 1980.
5. S. Ferrari Unicità e moltiplicità dell'Io nell'autoritratto , in F. Piccini, Rivedersi, Red edizioni Milano, 2008.
6. J. Szarkowski The Friedlander self in Self-Portraits, The Museum of Modern Art, New York, 1970
7. C.Pinney Camera Indica. The social Life of Indian Photographs, The university of chicago Press Chicago 1997
8. Wim Wenders Una volta, Edizioni Socrates, 1993
9. W. Benjamin L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Piccola biblioteca Einaudi, 2000
10. Franco Vaccari Fotografia e inconscio tecnologico Piccola biblioteca Einaudi 2011
11. Judy Weiser Photo Therapy Techniques, Vancouver, 1999
12. Peterfreund E. Il processo della terapia psicoanalitica, Astrolabio Ubaldini, Roma 1985
13. C.G. Jung Opere. Vol 13 : Studi sull'alchimia, Bollati Boringhieri, 1997.
14. Dallari M. Lo specchio e l'altro. Riflessioni pedagogiche sull'identità personale, La Nuova Italia, Firenze 1990.
15. S. Ferrari Lo specchio dell'io. Autoritratto e psicologia, Laterza, Roma-Bari, 2002).
16. Lacan J. Scritti, Traduzione Italiana a cura di Einaudi, Torino, 1974
17. Wallon H. Sviluppo della coscienza e formazione del carattere, Traduzione italiana La nuova Italia Firenze, 1967.
18. Donald Woods Winnicot I bambini e le loro madri, Cortina Raffaello editore, 1987
19. Calabrese O. Il linguaggio dell'arte, Bompiani, Milano
20. Ph. Lacoue-Labarthe Ritratto dell'artista, in generale, trad. it. Il melangolo, Genova, 2006
ZioMauri29

Tutti i contenuti presenti sul sito sono di proprieta' esclusiva degli autori, sono vietate la riproduzione e la distribuzione degli stessi senza previa esplicita autorizzazione.

Visualizza la policy con cui vengono gestiti i cookie.

© 2003, 2015 photo4u.it - contatti - based on phpBB - Andrea Giorgi