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Oggetto: Fotografare sottoterra Rispondi con citazione
Autore: ZioMauri29 :: Inviato: Sab 06 Giu, 2009 5:24 pm
Fotografare sottoterra

Le grotte sono ambienti ostili, per l'uomo (anche se un'adeguata attrezzatura e preparazione semplificano molto la vita) e soprattutto per il fotografo.
Scrivere con la luce dove la luce non c'è sembra un controsenso: superarlo è possibile, ma occorre tener conto di molti fattori.

Le fonti di luce artificiale, prima di tutto: è necessario impiegare dei flash (spesso uno non è sufficiente) ed anche altri sistemi di illuminazione, più potenti, se si vogliono rappresentare degli ambienti ampi; un cavalletto consente di utilizzare tempi lunghi di esposizione, spesso indispensabili per cogliere le sfumature dei tenui colori sotterranei.
Tutta l'attrezzatura, inoltre, deve poter resistere alle condizioni avverse che si incontrano nelle grotte: elevata umidità, fango, polvere, senza contare la possibilità di danneggiamenti dovuti ad urti o cadute. Bisogna inoltre considerare che uno zaino da fotografo completo può non essere il bagaglio più comodo da portarsi dietro mentre si striscia in un cunicolo o si è impegnati in un passaggio difficile.

Ma le difficoltà non finiscono qui: anche risolvendo i problemi di ingombro e resistenza dell'attrezzatura, e magari potendo contare su fonti di luce miracolose che illuminano perfettamente anche le sale più grandi, non si è affatto sicuri di poter fare delle foto che descrivano efficacemente il paesaggio che si incontra nel sottosuolo.
Perchè? I motivi sono diversi:

  • Non c'è un cielo ad illuminare le cose dall'alto (e a fornire, come spesso capita, un notevole ingrediente dello scatto grazie ai suoi colori).

  • Ci troviamo in un ambiente differente da quello a cui siamo abituati, che si estende a 360 gradi attorno a noi (in particolare sopra e sotto) e non possiamo attingere agli schemi di composizione che usiamo solitamente.

  • I colori ci sembrano innaturali, non ci "scattano" i consueti automatismi (anche inconsci), reagiamo differentemente a ciò che vediamo.

  • Quasi mai abbiamo la possibilità di includere nel nostro scatto i tipici riferimenti ed ausili dimensionali: costruzioni, persone (a meno di non posizionare i nostri compagni di avventura, che comunque saranno palesemente degli estranei al paesaggio che andiamo a raffigurare), elementi in primo piano (non ci sono fiori o rami sottoterra, ed anche se ci fossero inserirli nella fotografia sarebbe estremamente difficoltoso proprio per le condizioni di luce), stacchi di colore (possiamo contare solo sulle rocce, che quasi sempre si assomigliano in una zona limitata) o giochi di luce ed ombre per separare i piani.

  • Soffriamo di un tipico effetto di chi non è abituato all'ambiente ipogeo: la sottostima dimensionale. Si tratta di un fenomeno che fa sembrare le cose più piccole e più vicine: quando visitate le grotte turistiche può capitare che la guida vi chieda di dire quali siano secondo voi le dimensioni di un oggetto distante (ad esempio una grande stalattite, una colonna, un arco); non stupitevi se sbaglierete completamente la risposta, sottovalutando le sue dimensioni anche di un ordine di grandezza: non sono i vostri sensi a non funzionare, sono i punti di riferimento ad essere diversi rispetto a quelli a cui siete abituati.
    Se questo per un fotografo significa (ad esempio) ritrarre delle strutture di decine di metri che in foto sembreranno a dimensione umana, per un esploratore non preparato può significare un grave incidente, a volte anche mortale: un "semplice saltino" può rilevarsi superiore alle nostre possibilità, quello che sembra un modesto dislivello può essere in realtà un pozzo profondo (non sono rari i casi di errori nel calcolo della lunghezza delle corde) o una salita che esaurirà rapidamente le nostre forze.


Ho affrontato questa avventura sotterranea "armato" solo della Panasonic TZ3, di un cavalletto e di uno straccetto per asciugare la condensa.
Per quanto detto finora, le possibilità di fare qualcosa di valido in una grotta con una simile attrezzatura sono prossime allo zero; è stato quindi necessario "barare" un po' nella scelta della location: ho optato per un tratto di in galleria del fiume Reka (Timavo), della lunghezza di circa mezzo chilometro sotto al paese sloveno di Škocjan (vedi immagine) in corrispondenza al suo punto di inabissamento, quando lascia il suo corso in superficie per riaffiorare diversi chilometri più in là e sfociare nel golfo di Trieste.

L'ambiente ipogeo ha tutte le caratteristiche citate, ma ho potuto beneficiare di ampi fessuramenti della roccia che permettevano in alcuni punti il passaggio della luce. Questo ha risolto il problema principale (la mancanza di luce), ma ne ha creato un altro: quasi sempre la differenza di esposizione fra zone illuminate e non era davvero notevole, tanto da consigliare decisamente la doppia esposizione; tuttavia, non essendo una tecnica che amo particolarmente, in questi scatti ho voluto provare a farne a meno.
Utilizzando la misurazione esposimetrica in modalità spot, l'estesa profondità di campo della compatta consente di "giocare" sul punto campione (che è tale anche per la messa a fuoco) e controllare la luce su tutto il fotogramma mediante, appunto, la variazione del punto stesso.
Le esposizioni lunghe sono state invece ottenute con due modalità che prevedono la posa B (sia pur limitata) e impiegano la sottrazione del fotogramma nero per ridurre al minimo il rumore.
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